Considerazioni sul collage come atto cognitivo nel cinema d’artista. Un film pedagogico alla deriva: fotografie 35mm e altri materiali raccolti negli ultimi quindici anni dall’artista Stefano Miraglia incontrano un testo scritto da Baptiste Jopeck e la voce di Margaux Guillemard. A seguire un programma di tre film a cura di Stefano Miraglia: i nuovi film di Mary Helena Clark e Ross Meckfessel in anteprima italiana, e special dark glass somewhere di Charlotte Clermont.
La prima esperienza di montaggio ha a che vedere con le immagini fisse, con la fotografia, e col cinema d’animazione. Ha a che vedere con quei micromovimenti che le immagini fisse hanno se filmate in pellicola, perché qualcosa si muove sempre, a partire dalla macchina da presa, fino ad arrivare alla polvere.
La seconda esperienza: i montaggi e rimontaggi di Fuori Orario, il programma di Rai Tre – soprattutto quelli che introducono il programma, quelli che arrivano all’improvviso, prima della sigla. Quelli che non indicano la fonte delle immagini, e che presentano immagini che restano negli occhi per sempre.
E poi c’è questa terza esperienza, che mi pare legata alla seconda. Un giorno, cinque anni fa, ho visto un film che ha cambiato alcune cose nella mia testa – è quella tipica visione che quando capita, se capita, il cervello ti dice: guarda, che è proprio questo quello che desideravi fare e vedere. E quella cosa che tanto volevo fare, ora che ne avevo un esempio concreto davanti agli occhi, era ancora più incomprensibile: delle mani, poi delle luci, poi delle palme, un campo da tennis, un cerchio nero in movimento (la bandiera del Giappone in negativo?). Una serie di immagini così minimali, talvolta astratte, che non sembrano avere nulla in comune, assieme danno un senso di completezza. Ma come si arriva a decidere quel taglio, quel passaggio netto tra una cosa e un’altra? Come e perché si passa dall’immagine di due mani a una sequenza di luci notturne?
Se quel qualcosa che voglio fare e vedere è già stato fatto, allora è legato a una pratica, con una sua storia, con degli obiettivi. Io e altri cineasti, pensiamo che quella cosa lì è un collage. Non un collage nel senso fisico del termine. E non mi riferisco al semplice montaggio in pellicola. In questo caso, per collage, intendo l’interpretazione di certi valori del collage (nella sua accezione classica) e la loro trasposizione in un altro mezzo espressivo. Ovvero: pensare di montare il film non come se fosse un film, ma come se fosse un’altra cosa. Direi: come se fosse il Compotier avec fruits, violon et verre di Picasso. Come tradurre quei valori? E se la ricerca di risposte a tali quesiti non fosse un modo per conoscere meglio il cinema e l’atto creativo?
Di queste cose mi trovo a parlare con i miei colleghi. Ne ho parlato a Baptiste Jopeck, volevo un punto di vista diverso. Gli ho chiesto di scrivere un testo sulla questione. Pensavo di fare un film pedagogico sul collage come atto cognitivo nel cinema d’artista. Ho chiesto a Margaux Guillemard di leggerne una parte.
Nel frattempo mi sono chiesto se questo tipo di collage non sia un modo di vedere il mondo. Ho digitalizzato delle foto scattate in giro per l’Europa. Un giorno ho visitato un isolotto che si chiama Verdelet, ma io avevo capito Verre de lait. Intuisco, forse erroneamente, che anche questo dettaglio ha a che fare col collage.


